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Rimuovere la negatività, voler togliere la polvere dal mare

Rimuovere la negatività, voler togliere la polvere dal mare

Lo Splendido mi tese una scopa e disse:
“Togli la polvere dal mare”.

Poi bruciò la scopa nel fuoco e mi disse:
“Rendimi la mia scopa”.

Confuso, premetti la fronte al suolo.
“Nella vera sottomissione non c’è più
neppure qualcuno che si prostra”.

“E come?”.
“Senza esitazione e niente di te stesso”.

Rumi

Quando ho letto questa stupenda poesia di Rumi ho sentito subito qualcosa che risuonava dentro di me, ma non capivo bene cosa. La prima immagine mi affascinava in modo particolare, l’idea di togliere la polvere dal mare. A un mese dalla prima lettura ancora andavo a scorrerne il testo: la polvere, togliere la polvere dal mare, con una scopa! Queste parole evocavano in me una sensazione particolare, la stanchezza e la frustrazione di un lavoro infinito, e anche illogico, qualcosa che appariva impossibile ma che continuavo a fare con assiduità, come il cercare di svuotare una barca che aveva un buco sul fondo. E’ questa la sensazione che a volte ho quando cerco di “ripulire” me stessa, di rimuovere la negatività, di eliminare quelle emozioni o parti della mia personalità che non considero giuste o utili al mio cammino interiore: ciò che credo si frapponga fra me e la felicità di vivere ed essere davvero chi sono.
So che questa esperienza è comune anche ad altre persone, che come me stanno seguendo un percorso di crescita personale. Leggendo i maestri che predicano il distacco dall’identificazione con le emozioni ci pare forse che l’esercizio significhi eliminare queste sensazioni sgradevoli. In realtà in questi momenti vorremo uscire, fuggire dalla nostra condizione dolorosa, e usiamo la meditazione o altre tecniche a questo scopo. Quando i maestri ci dicono “resta in contatto, senza giudicare e senza fuggire, non cercare di eliminare ciò che non ti piace”, è come se ci avessero bruciato la scopa e poi ci avessero detto di renderla. Non sappiamo più cosa fare e ci disperiamo. Allora vogliamo arrenderci perché ci sentiamo impotenti, vittime del nostro destino crudele, e vorremmo che Dio ci aiutasse. La nostra resa non è totale, non è senza condizioni, lo facciamo allo scopo di ottenere qualcosa. Lo facciamo sperando che qualcosa cambi e che veniamo liberati dai nostri pesi.

La resa non può essere agita, non è un nostro sottometterci alla realtà per paura o speranza, ed accade da sola quando il nostro ego scompare. La resa, intesa in questo senso, è l’atto d’amore più grande che possiamo fare nei confronti di noi stessi e della verità, e allo stesso tempo non possiamo farlo noi. Possiamo preparare il terreno e creare le condizioni giuste, ma non possiamo far germogliare il seme. L’anelito verso la liberazione e la fusione con l’esistenza non viene dal nostro ego, ma dato che abbiamo sempre e solo usato l’ego per ottenere ciò che desideravamo è naturale che partiamo da lì.

“Ricordalo: se la verità non è paradossale, vuol dire che non è affatto verità, è qualcos’altro”
Osho

Nel nostro cercare di ripulire noi stessi e di liberarci dai nostri difetti e dai nostri dolori continuiamo ad agire seguendo il principio di causa e effetto, che per quanto sia valido nella realtà fisica, non ha alcuna valenza sul piano spirituale. Stiamo ancora lavorando nel caldo bagno delle fornaci, partendo dal nostro ego, producendo noi stessi le fiamme dell’inferno di cui cerchiamo di liberarci. Il cuore è fresco, ci ricorda il poeta, fino a quando ci attarderemo nella fornace?
In uno stato di profonda presenza tutto ci appare chiaro, e senza una mente che giudica la realtà ci appare perfetta. E’ vero che in momenti di presenza ci sentiamo interi e qualsiasi cosa accada non ne siamo influenzati, ma non è perché le nostri parti negative non ci sono più, siamo solo noi che ci siamo spostati. Quando arriviamo lì, in un momento di satori, sappiamo anche che non l’abbiamo raggiunto noi.

Marzo 1st, 2017|poesia, rumi|0 Commenti

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