Ho pensato di scrivere un articolo sulla tecnica dell’inquiry perché ultimamente sto conducendo delle serate in cui ho affiancato la meditazione e l’inquiry al lavoro di cristalloterapia tradizionale. Ho scoperto con piacere che alcune delle persone che partecipavano ai corsi si sono appassionate, una in particolare mi ha detto che la usa anche a casa davanti allo specchio. Lei l’ha rinominata la tecnica dello “scandaglio” e in un certo senso ha capito una delle parti fondamentali di questa pratica: lo scandagliare sé stessi, la propria mente, il proprio corpo e le proprie emozioni.
Prima di tutto vorrei definire meglio cosa significa inquiry. E’ una parola inglese che viene comunemente usata nell’ambito dei lavori di crescita personale, non è stata tradotta perché in italiano non si trova una parola uguale e cioè che racchiuda in sé i seguenti significati: ricerca, inchiesta, investigazione, esplorazione. Uno dei padri della moderna ricerca spirituale attraverso l’inquiry è Ramana Maharshi, che usò la domanda “Chi sono io?” per conoscere sé stesso e risvegliare la propria parte essenziale. Egli sostiene che nel portare l’attenzione sull’ “io-pensiero” questo con il tempo scompaia e rimanga solamente l’ “io”. “Chi sono io” è un Koan, nella tradizione Zen i Koan sono domande esistenziali, che non hanno una singola risposta “giusta” ma servono allo scopo di esplorare sé stessi e superare i limiti imposti dai concetti a cui la nostra mente si attacca.

“Dobbiamo amare la genuinità per poter sopportare le fatiche e la disciplina del lavoro interiore. E’ perché siamo autentici, perché ci avviciniamo alla realtà e ne siamo toccati, che la amiamo e siamo disposti ad attraversare i vari processi di riconoscimento e percezione del reale, siano essi dolorosi, spaventosi o piacevoli.”
A.H. Almaas

Quindi quando vogliamo fare inquiry partiamo con una domanda che riguarda una particolare tematica che vogliamo esplorare. Coscienti del fatto che non c’è una risposta unica e definitiva da dare, ci avviciniamo alla tecnica con l’intenzione di ricercare, sentire, esprimere, vedere e fare esperienza in tutti i modi possibili della verità riguardo a quella tematica. L’intenzione è molto importante, perché solo se provo amore per la verità e voglio davvero scoprire cosa c’è dentro di me riuscirò a praticare la tecnica dell’inquiry in modo totale. A volte la verità può essere scomoda e soprattutto all’inizio mi troverò ad osservare le mie idee e i miei giudizi riguardo l’argomento, il che potrebbe essere sgradevole. Rimanendo connessi con l’intenzione e l’amore per la verità riusciremo ad attraversare tutte queste parti “scomode” ed andare oltre.

L’intenzione e l’amore per la verità ci sostengono nel rimanere aperti a ciò che emerge. L’apertura è fondamentale, perché se voglio esplorare ho bisogno di vedere e sentire tutto quello che c’è riguardo all’argomento: se inizio ad auto-censurarmi perché credo che alcune cose siano “sbagliate” mi perderò in una cortina di fumo, cercherò la risposta giusta, e questo non ha niente a che vedere con la tecnica di cui stiamo parlando. Per fare un esempio pratico parlerò di un’inquiry che ho svolto da sola per prepararmi per un corso sulla femminilità che ho organizzato tempo fa. Mi sono posta la domanda: “Che cosa è la femminilità, quali sono le mie idee a riguardo? Come mi sento quando sono femminile?”. Mi sono seduta davanti a un muro, da sola e mi sono data 20 minuti (con un timer) per rispondere. All’inizio mi sono focalizzata sulla prima delle domande “Che cos’è la femminilità, quali sono le mie idee a riguardo?” e ciò che ho esplorato sono stati tutta una serie di giudizi e idee che si manifestavano. Ad esempio l’idea che la femminilità è debolezza, che essere femminili significa aver bisogno di un uomo che ci “sorregga”, che non si può essere femminili e indipendenti e molto altro ancora. Se avessi censurato questi giudizi non avrei mai capito cosa è che mi porta ad evitare di esprimere il mio lato femminile, di cosa ho paura, e questo è molto importante se voglio manifestare anche questa parte di me.

Un altro passo significativo quando facciamo inquiry è il riconoscere di non sapere. Se entriamo nella pratica credendo di conoscere già la risposta la faremo meccanicamente, e in tutta sincerità ciò non ha molto senso. Se riconosciamo che siamo qui per esplorare, per vedere, toccare, fare esperienza di noi stessi perché non sappiamo cosa troveremo, allora la tecnica del’inquiry diventa fantastica, sempre nuova e sempre diversa.

“La verità è un’esplorazione, non una fede. E’ un’inchiesta, non una credenza. E’ una domanda, un andare alla ricerca” Osho

La nostra curiosità si attiva quando riconosciamo di non sapere, quando ci rendiamo conto che ogni momento è diverso da quello precedente e da quello successivo: allora ci sia apre un mondo meraviglioso, dove potremo trovare dolore o giudizi, ma anche amore e intuizioni, è tutto un susseguirsi continuo dove la noia non può esistere. La noia è data dal fare ciò che facciamo in modo meccanico, automatico, seguendo certe credenze che abbiamo sul mondo e giudicando il presente con gli occhi del passato. Allora dovremo inventarci sempre qualcosa di “nuovo” da rincorrere, una nuova vetta da scalare, qualcosa che stimoli l’adrenalina o le emozioni, perché non essendo nel momento presente non ci sentiamo, e cerchiamo fuori altro. Nel momento in cui ci rendiamo conto che non sappiamo ritorniamo un po’ come i bambini, sorpresi e affascinati da tutto ciò che ci si pone di fronte, con la curiosità di conoscerlo, toccarlo e immergerci in ogni nuova esperienza.

L’ultimo pilastro della tecnica dell’inquiry è lo stare nel corpo. Questo è imprescindibile perché nell’esplorare le nostre idee si attivano nel corpo delle sensazioni che sono qui ed ora, nel presente, ed esplorandole riusciremo a trovare quel filo che ci ricondurrà a noi stessi, alla nostra vera natura. Per fare un esempio tornerò a parlare dell’inquiry sulla femminilità di cui prima. Mentre esploravo all’inizio il giudizio sulla debolezza ho sentito mancarmi le forze, c’era un senso di impotenza, e il ricordo dei giudizi che mi sono stati passati da piccola e nell’adolescenza: immagini delle povere principesse racchiuse in castelli che dovevano aspettare l’arrivo del principe per essere liberate. Dando attenzione a tutto questo, piano piano, mi si è aperto uno spazio dentro, osservando tutto questo senza esserne travolta ma con centratura, rimanendo in contatto con il corpo e avanzando nell’esplorazione, sono invece arrivata a fare esperienza di come mi sento quando sono femminile (la seconda domanda), che con mio stupore non aveva niente a che vedere con tutto ciò. Il corpo è il luogo dove sono stipati i giudizi, le idee e le credenze che si manifestano come tensioni e sensazioni di blocco, ma è anche la porta dello spirito, attraverso cui si manifesta la nostra natura essenziale, e il lavoro di inquiry è un po’ come il portare luce negli angoli bui: l’oscurità svanisce, quelli che sembravano mostri spaventosi si rivelano manichini innocui, che una volta riconosciuti per ciò che sono non hanno più potere su di noi. Facciamo pulizia e si apre uno spazio di libertà che prima non ci pareva neanche possibile immaginare. La cosa più bella è che scopriamo cosa è per noi ciò che abbiamo intenzione di esplorare, non dobbiamo ascoltare e accettare le idee e gli insegnamenti di qualcun altro, neanche di un maestro, perché il nostro maestro siamo noi.

“Lo Zen vuole che tu sia un ricercatore individuale. Butta via le scritture, brucia tutte le scritture, non prendere mai le parole di altri come verità. E’ una grande sfida, c’è bisogno di forza, c’è bisogno di integrità, c’è bisogno di amore per la verità a ogni costo. Solo coloro che mettono in gioco tutto per la verità sono i benedetti.” Osho

Note pratiche sulla tecnica dell’inquiry

Possiamo fare inquiry per iscritto o a voce, entrambi i metodi hanno i propri vantaggi.

Se faccio inquiry scrivendo potrò focalizzarmi molto bene sulle parole che uso e successivamente potrò rileggere quello che ho scritto. Può essere molto utile se voglio esplorare una domanda giorno per giorno per un certo periodo di tempo, perché potrò in seguito osservare l’evoluzione che è avvenuta. E’ anche un metodo molto utile se non abbiamo uno spazio totalmente privato o abbiamo paura che chi condivide gli spazi con noi ci giudichi completamente pazzi.

Fare inquiry a voce ha il grande vantaggio che la voce stessa sarà una chiave di comprensione, ascoltando come diciamo alcune frasi ci riconneteremo più facilmente alle emozioni e sarà più semplice anche lo stare nel corpo, perché potremo muoverci. A mio avviso questo è un metodo più potente e più diretto, ma ognuno può sperimentare entrambi e trovare quello che funziona meglio per lui. Per fare inquiry a voce possiamo sederci davanti ad un muro, davanti allo specchio o di fronte alla foto di un maestro.
A volte può anche essere utile fare inquiry a voce e dopo prendere appunti per fissare su carta ciò che è emerso.

Quando facciamo inquiry ci diamo un determinato tempo, usando un timer. In caso si usi il cellulare per allarme è bene ricordarsi di metterlo in modalità “aereo”, perché se ci arrivasse improvvisamente una telefonata ciò ci farebbe perdere il filo (anche se poi non rispondiamo) e può sembrare strano, ma in certi stati che emergono nell’esplorazione potrebbe anche farci saltare come se ci avessero versato addosso un secchio d’acqua fredda. Il tempo consigliato per l’esplorazione sono 15-20 minuti, ma si può iniziare anche con 10 minuti: il fatto è che meno tempo ci diamo più è probabile che la nostra esplorazione si fermi sullo strato superficiale delle idee, senza andare in profondità. E’ sconsigliabile esplorare per più di 20 minuti quando siamo soli, perché potremmo perdere la concentrazione.
Si può fare inquiry anche con un’altra persona, sedendoci uno di fronte all’altro e guardandoci negli occhi, in questo caso mentre uno esplora l’altro starà in ascolto cercando di rimanere il più neutro possibile. Ciò significa ascoltare senza dare giudizi su ciò che ci arriva, senza fare commenti o annuire o sorridere, lasciando all’altro la completa libertà di esprimersi.