Oggi ho letto un interessante racconto di Julio Cortázar intitolato “La Salute degli Infermi” che mi ha fatto riflettere su quanto per abitudine non ci permettiamo di essere infelici, di “stare male”, e quanto gli stati di dolore siano un grande tabù adesso nella nostra società.

La storia è triste, ma allo stesso tempo ironica, e questa leggerezza è proprio ciò che ne fa un pezzo di letteratura unico. Una famiglia argentina vive tutta sotto lo stesso tetto, ci sono sorelle, fratelli, figli e zii e tutti sono coinvolti in un grande inganno. Il fatto è che mamma è malata, ha la pressione alta e problemi con gli zuccheri, se ne sta inferma a letto tutto il giorno, e ha bisogno dei sali ogni volta che si sente mancare. Il dottor Bonifaz ha detto che non può reggere notizie troppo preoccupanti, così quando il figlio Alejandro muore improvvisamente tutti si danno da fare per mantenerlo segreto. S’inventano una storia per cui il figlio è dovuto trasferirsi improvvisamente in Brasile per lavoro, nascondono i giornali, arrivano anche a far inviare delle lettere scritte a macchina da alcuni amici in Brasile per poterle leggere a mamma. Quando dopo mesi ancora Alejandro non torna a casa per fare visita mamma inizia a insospettirsi, la fidanzata del giovane si allarma perché a suo avviso la donna già sa, e smette di andarle a fare visita. Nel frattempo anche zia Clelia si sente male, deve andare in ospedale, ma quando saluta mamma le dice che sta andando da un’amica in campagna, perché ha delle forti emicranie e pensa che l’aria buona l’aiuterà. Due settimane dopo anche la zia muore e nessuno ha il coraggio di dirlo a mamma: non si può, potrebbe avere un attacco e morire!

“Nulla era facile, perché in quel periodo la pressione di mamma salì ancora e la famiglia arrivò al punto di chiedersi se non ci fosse un qualche influsso incosciente, qualcosa che trapelasse dal comportamento di tutti loro, un’inquietudine e uno scoramento che facevano male a mamma nonostante le precauzioni e la falsa allegria.”
Julio Cortázar

Allora si inventano che la permanenza è più lunga, perché il dottore le ha consigliato di restare in campagna, Rosa fa delle false telefonate fingendo di parlare con Clelia e Pepa continua a scrivere a Alejandro ed a leggere le “sue” lettere a mamma, anche se quest’ultima non le ascolta più con attenzione. Il tempo passa e la mamma continua a stare male, negli ultimi mesi la commedia della famiglia va avanti, anche se ormai sembra avere poca importanza. Mamma infine muore, si spenge lentamente e li ringrazia di essersi dati tante pene perché non soffrisse. Tre giorni dopo il funerale arriva l’ultima lettera di Alejandro e Rosa scoppia in lacrime quando si rende conto che non sa come dirgli che mamma è morta.
Non solo avevano tirato avanti la commedia, ma avevano finito per crederci anche loro!
Questo racconto mi ha colpito così tanto perché illustra sagacemente un’abitudine che noi tutti abbiamo, di far finta che le cose vadano tutte bene anche se sappiamo che non è vero. Non solo, a forza di ripeterci che vanno bene iniziamo anche con il crederci, per essere poi colpiti all’improvviso dalla verità. E’ geniale anche il fatto che tutti in famiglia cerchino di fare il possibile per coprire la verità a mamma, perché spesso è proprio questo il motivo per cui non ci diciamo e non diciamo agli altri la verità. Per quanto spesso nelle nostre relazioni non abbiamo più a che fare con i nostri genitori in qualche modo ce li portiamo dentro, e abbiamo spesso paura di dire la verità proprio perché proiettiamo sugli altri i nostri genitori. Allora permetterci di essere infelici, di provare dolore, non va bene perché dire che siamo infelici non va bene: non vogliamo far preoccupare mamma, che ci ripeteva tanto di smettere di piangere o che ci sono cose più importanti per cui piangere nella vita (e forse ce ne avrebbe anche mostrato un paio se non la finivamo).

“La felicità è un polo, la tristezza un altro. La beatitudine è un polo, la miseria un altro. La vita consiste in ambedue, e la vita si arricchisce per le due dimensioni.”
Osho

Quindi bisogna essere felici, felici proprio come nei cartelloni e nelle pubblicità, nei banner che affollano il mondo del web. L’infelicità è un tabù e la ricerca della felicità diventa incredibilmente difficile, perché felici già dovremmo essere. Ci chiudiamo, ci mentiamo, anche se gli altri se ne accorgono, proprio come mamma, perché possiamo far finta di essere felici ma non è facile ingannare chi ci vede tutti i giorni. Poi un giorno arriva qualcosa a ricordarci della verità, per me in genere sono dolori psicosomatici, ma c’è anche chi se ne rende conto senza bisogno di star male fisicamente, oppure chi si ammala anche in modo grave. Allora che fare?
Ringraziamo l’esistenza, come dice un mio maestro, che è tutta “grazia benedetta” e finalmente ripartiamo, come dopo una sosta in una palude malsana troviamo di nuovo la nostra strada, perché la felicità arriva naturalmente quando siamo veri.