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Una divertente storia Zen sulle difficoltà nella comunicazione

Una divertente storia Zen sulle difficoltà nella comunicazione

Le difficoltà nella comunicazione sono comuni a molti di noi, spesso vorremmo farci capire dagli altri e sentiamo di non riuscirci, oppure non capiamo gli altri. A volte ci rendiamo conto di fraintendimenti o incomprensioni solo a posteriori, dopo aver litigato con qualcuno, e sprechiamo un sacco di energia a cercare di convincere gli altri che abbiamo ragione. I grandi maestri hanno parlato spesso della verità relativa della nostra esperienza, ripetendo più volte che per ogni mente esiste un suo mondo a parte. Noi umani apparentemente condividiamo gli stessi spazi, ma l’interpretazione delle nostre menti fa sì che ognuno li veda in modo diverso e che per questo insorgano incomprensioni.
Qualche tempo fa ho letto una vecchia storia Zen che illustra chiaramente le dinamiche delle difficoltà nella comunicazione. Mi è piaciuta molto perché è una storia buffa e leggera, che al contempo racchiude degli insegnamenti profondi e stimola la riflessione personale. Scrivo di seguito una mia versione del racconto, lasciando spazio a voi lettori per meditarci sopra e trarre ognuno le proprie conclusioni.

Ricorda sempre: qualunque cosa conosciamo e qualunque cosa possiamo mai conoscere è destinata a rimanere relativa. Ricordarti di questo farà insorgere in te compassione. Ricordarti di questo ti renderà liberale. Ricordarti di questo ti renderà più umano. Ricordarti di questo ti aiuterà a capire altri punti di vista.
Osho

Dibattito sul Buddismo

Nella tradizione Zen esistevano monaci girovaghi. Camminavano da luogo a luogo, attraversando campagne e foreste di bambù. Approdavano in città, o più sovente presso templi Zen nella natura, dove avevano la possibilità di chiedere asilo per la notte. L’ospitalità era sacra, ma per dimostrare di essere veri monaci dovevano ingaggiare un monaco del tempio ospitante in un dibattito sul Buddismo.
In un piccolo tempio sul monte Koya vivevano due fratelli. Tutti i giorni pregavano nell’edificio di legno dal tetto svasato, si prendevano cura del giardino che lo circondava e dell’orto. Il più grande dei due fratelli era molto istruito e passava la maggior parte del suo tempo libero in letture e studi, mentre il più giovane era piuttosto sciocco ed aveva un occhio solo.
Un giorno un monaco viandante attraversò l’arco di legno che segnava l’entrata al giardino e seguendo il sentiero di ciottoli ammirò la semplice composizione di piante che stava prendendo i tipici colori caldi dell’autunno. Sulle scalette all’entrata del tempio trovò il fratello più grande, che si stava riposando dopo ore di studio. Come d’usanza gli spiegò la sua esigenza e si offrì di sostenere un dibattito sul Buddismo per poter avere ospitalità. L’uomo era molto stanco, così chiamo il fratello più giovane e gli disse: “Stasera dovrai sostenere tu il dibattito sul Buddismo con questo monaco, ma mi raccomando chiedi un dialogo muto”.
I dialoghi muti erano piuttosto comuni all’epoca, tipici dell’ottica meditativa consistevano in dibattiti dove i partecipanti non usavano parole, ma solo il linguaggio del corpo per comunicare. Il monaco più giovane ed il viandante entrarono allora nel tempio e si sedettero per terra al centro della sala, l’uno di fronte all’altro.
Il fratello più grande rimase seduto sui gradini, ammirando il sole che scendeva bagnando di una luce dorata gli alberi che iniziavano a far cadere le loro foglie. L’aria cominciava a odorare dell’umidità della sera, ma il monaco non ebbe il tempo di assaporare il primo alito freddo di fine giornata che vide arrivare il viandante.
“Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario” affermò il girovago “mi ha battuto velocemente.”
Il monaco più vecchio sgranò gli occhi “Cosa è successo? Raccontami” disse.
“Ebbene, ci siamo seduti e come di consueto ho iniziato io, che sono l’ospite. Per prima cosa ho alzato un singolo dito, per indicare il Budda, l’Illuminato. Allora tuo fratello ha alzato due dita, che rappresentavano il Budda e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita, per indicare il Budda, il suo insegnamento e i sui seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora tuo fratello si è alzato e mi ha scosso il pugno chiuso davanti al viso, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una stessa realizzazione” il monaco sospirò “Lampante, come avrei potuto ribattere? Ha vinto e quindi non ho diritto a chiedere ospitalità.” Si inchinò con reverenza e si diresse verso l’uscita del giardino.
Dopo poco comparve sulla soglia il monaco più giovane.
“Dov’è quel tipo?” domandò guardandosi in giro con gli occhi accigliati.
“Ma che è successo?” chiese l’altro ancora più stupito “Ho saputo che hai vinto il dibattito, come hai fatto?”
“Ma che dibattito!” replicò il giovane “Quel monaco è un villano. Appena mi ha visto ha alzato un dito, per indicare che ho un occhio solo. Anche se è stato scortese ho pensato che era un ospite e dovevo essere gentile con lui, così io ne ho alzati due, per dire che mi congratulavo che lui li avesse entrambi. Ma poi lui ha continuato e ne ha alzati tre, per beffarsi del fatto che in due avessimo solo tre occhi. A quel punto ho perso la pazienza, mi sono alzato in piedi e gli ho mostrato il pugno chiuso, per fargli capire che se non smetteva l’avrei picchiato. Allora è scappato via.”

Novembre 8th, 2017|storie|0 Commenti

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